DATA: 27 Luglio 2015

FONTE: http://www.gazzettadiparma.it

AUTORE: Christian Stocchi

Paesaggi mozzafiato, spiagge in larga parte sabbiose (abbastanza rare nel Levante ligure), un connubio sorprendente di mare e natura. Non stupisce che in questo microcosmo della provincia Spezina, secondo la convinzione popolare, anche le anime più irrequiete possano trovare il loro approdo.

Forse è proprio così, almeno a giudicare dai poeti e dagli scrittori che nei secoli hanno visitato e amato Lerici, fino a considerarla patria d’elezione. Resta irrequieto, tuttavia, l’immancabile fantasma che abita il Castello del paese: è quello di Maddalena di Carlo, detta Madì, che gestì l’Ostello della Gioventù dal 1949 fino alla metà degli anni Settanta. Pare che da quelle amate mura la castellana non abbia intenzione di andarsene. E certo deve avere buone ragioni, che tanti turisti del presente e del passato non riescono a non condividere. Un tempo da qui passò (ma è solo un’ipotesi di studiosi) addirittura Dante, che nel Purgatorio scrisse: «Tra Lerice e Turbìa la più diserta,/ la più rotta ruina è una scala,/ verso di quella, agevole e aperta». Si ipotizza anche la visita di Boccaccio e di altri grandi delle lettere italiane, ma la fama di Lerici, gioiello del cosiddetto «Golfo dei Poeti», si deve soprattutto ai romantici inglesi, di cui restano tuttora le vestigia: ad esempio, Villa Magni. Descrivendola, Rosanna Biffi ricordò che «quella casa bassa e bianca, così estranea all’armonia colorata dei borghi che compongono Lerici, fu l’ultima dimora di uno dei più grandi poeti dell’Ottocento, Percy Bysshe Shelley», spirito inquieto e romantico che morì «in un naufragio, l’estate del 1822, mentre da Livorno tornava a Lerici sull’Ariel, la goletta cui aveva dato il nome del folletto buono della Tempesta di Shakespeare». Così la moglie Mary Shelley, autrice tra l’altro di «Frankestein», descrisse descrisse il paesaggio: «La baia era quasi del tutto circondata dalle coste, con la distesa azzurra delle acque, chiusa ad est dal vicino castello di Lerici e ad ovest da Porto Venere; in distanza le varie forme delle rocce a precipizio delimitavano la spiaggia, sopra la quale c’era solo un serpeggiante e accidentato sentiero verso Lerici, e niente sull’altro lato e il mare senza maree che non lasciava né sabbia né ciottoli. Tutto appariva come in un quadro dipinto da Salvator Rosa».

L’arrivo degli intellettuali inglesi sconvolse la vita di quel piccolo borgo di pescatori. Promiscuità, ostentazione, cultura, nudità, ospiti stravaganti scandalizzarono gli abitanti del posto, che peraltro gli Shelley ritenevano rozzi, come il loro «dialetto detestabile». Tra gli ospiti illustri del paese, D.H. Lawrence, Henry James, Virginia Woolf e Lord Byron, il quale percorse a nuoto i circa otto chilometri da Portovenere a Lerici (tuttora una manifestazione sportiva commemora l’evento). E certo chi potrebbe avere un animo più romantico di Byron, morto nel 1824 in Grecia, dove era andato in soccorso di quel popolo nella lotta per l’indipendenza? Più di recente, ecco a Lerici, che oggi fa parte del Parco naturale regionale di Montemarcello-Magra, Moravia e Quasimodo, Buzzati e Calvino: raffinato padrone di casa era spesso l’editore Valentino Bompiani; amarono Lerici anche Bertolucci, Montale e Montanelli. Ogni giorno, dal porto di Lerici, è possibile partire in barca o in battello per visitare le altre bellezze del Golfo dei Poeti.Tra gli edifici religiosi da vedere, la Chiesa di San Francesco d’Assisi e santuario di Nostra Signora di Maralunga, riedificato nelle forme attuali nel Seicento, ma anche l’Oratorio di San Rocco che risale al Duecento e conserva anche vari ex voto, tipici dei centri di mare.

Lerici è anche le sue suggestive frazioni, da Tellaro a Pugliola, fino a San Terenzo. Proprio qui svetta un castello che si erge su uno sperone roccioso all’estremità occidentale della baia. Secondo la leggenda è stato costruito come bastione di difesa contro le incursioni saracene; perciò la grotta che si apre nel promontorio roccioso è nota come «Tana dei Turchi». Gli attacchi dal mare erano un vero e proprio incubo, come testimonia anche questo aneddoto. Nel Seicento, durante una notte in cui imperversava una feroce tempesta e tutti a Tellaro dormivano, comprese le sentinelle, i pirati saraceni guidati da Galla D’Arenzano stavano per sbarcare quando all’improvviso le campane iniziarono a suonare. Il paese, destatosi, si precipitò alla difesa, salvando Tellaro. L’allarme? Fu dato da un grosso polpo, che, risalito dal mare, si era attaccato alla fune delle campane. Fu così che da quel giorno il Polpo sotto il campanile è simbolo di Tellaro.

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