DATA: 16 Gennaio 2011

FONTE: www.ilsole24ore.com

AUTORE: Laura Leonelli

Fosse stata affidata alla logica di Sherlock Holmes, l’indagine avrebbe dato un altro risultato. Ma Arthur Conan Doyle, padre del celebre detective, non aveva dubbi, gli spiriti esistevano, i morti tornavano a noi e la fotografia era in grado di documentare quell’incredibile incontro. Non era forse un medium la fotografia? Non nascevano le sue immagini dalla misteriosa sensibilità delle lastre? E lo sviluppo non avveniva sotto la stessa luce rossa, l’unica ammessa nelle sedute spiritiche?

Senza dubbio c’era materia per favorire la nascita di uno dei “casi” più curiosi e struggenti della storia della fotografia, come racconta l’affascinante saggio di John Harvey Fotografare gli spiriti. Il paranormale nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, edito da Bollati Boringhieri.

In altri tempi a confermare l’esistenza del l’aldilà, di quel “hereafter” a cui Clint Eastwood ha dedicato il suo ultimo capolavoro, non c’era che la testimonianza di un uomo onesto, o quasi. In tutta la sua meravigliosa e confortante falsità, l’invenzione di Daguerre cambia le regole del gioco. Non è un caso se uno dei maggiori centri dello spiritismo, sorto in America alla metà dell’Ottocento, sia proprio Rochester, sede della Eastman Kodak. E non sarà una coincidenza, di nuovo, se la macchina fotografica più popolare al mondo, la Brownie, classe 1900, porti il nome di un elfo invisibile, di colore marrone, che infestava da secoli le campagne scozzesi.

Magica per natura, a suo modo infestante, la fotografia è chiamata sul banco dei testimoni fin dal 1871, quando a Londra Florence Cook, sotto gli occhi del fisico William Crookes e di amici, evoca il suo spirito guida, Katie King, che si materializza e in una foto, quasi un ritratto nuziale, prende sottobraccio il padrone di casa. Vero o falso? Crookes non ha dubbi: vero. Risultato, nonostante la Royal Society scomunichi lo scienziato, le apparizioni dei fantasmi e il loro passaggio su lastra aumentano. Mary Burchett viene fotografata da uno dei medium più famosi nel XIX secolo, William Eglinton, in compagnia incorporea del suo maestro di spiritismo.

E così Mrs Collins, più innocente e domestica, si ritrova accanto all’ectoplasma del suocero, forse “chiamato” per sbaglio al posto del marito. Una nuvola luminosa, non di più. Ma con l’introduzione del procedimento alla gelatina secca, i trucchi fotografici, i montaggi, le doppie esposizioni diventano più sofisticate. E se da un lato ingannano meglio, dall’altro si espongono ancora di più agli attacchi. Alla fine del l’Ottocento lo spiritismo è in crisi. Ma la morte, sempre al lavoro, affolla di presenze l’oltretomba e lascia l’al di qua nello sconforto. Alla fine della Prima guerra mondiale le “sedute” tornano in auge. L’Inghilterra piange 908mila caduti e ognuno di loro ha una sposa, una madre, un figlio che implora un ultimo contatto. Abbracciare un’ombra, sentire la voce, ancora una volta. Umano, elementare Watson.


Fotografare gli spiriti di John Harvey
Bollati Boringhieri, Torinopagg. 201 | € 34,00

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